E Anima, principio di autorganizzazione della materia vivente e non, sciogliendosi dal proprio inizio ,cercava attraverso le stelle, galassie, universi incontaminati, il senso del suo andare, il motivo del suo esistere poiché l'essere se stessa non le bastava per affermare il perché della vita, il valore di quell'immenso che le toccava, di quei granelli d'acqua pura che come luminose comete le scivolavano fra le dita: "L'Eterno è presente - pensava- eppure come un padre, non si pensa quando ama il crearsi della vita!"
Francesco Palmirotta
  • Alcune forme di divertimento e catarsi nell’antica Grecia ed in Magnagrecia

    Le forme di divertimento nell’antica Grecia ed in Magnagrecia furono varie e coinvolgenti. Greci ed italioti, infatti, si servirono della musica, del teatro e dei banchetti per distrarsi ma anche per curarsi, cioè per liberarsi da ansie e preoccupazioni quotidiane.
    La musica svolgeva un ruolo molto importante ed era quindi spesso presente nelle cerimonie sia di carattere pubblico che privato; in particolare la musica era sempre presente nelle feste in onore del dio Dioniso nonché nelle rappresentazioni drammatiche, nelle gare atletiche, durante i lavori agricoli e nei convivi.
    Il filosofo Platone nella sua opera intitolata “Le Leggi” espresse alcune interessantissime considerazioni di carattere musicale con riflessioni di tipo psicologico; egli ebbe, infatti, una notevole conoscenza oltre che della musica anche della psicologia e delle turbe psicosomatiche e psichiche. Platone osservò come ai suoi tempi le mamme usassero calmare il pianto dei loro bimbi con il canto ed il “movimento” cioè con il cullarli. Ebbe, inoltre, delle notevoli intuizioni di tipo psicologico poiché ritenne che il canto, la musica ed il movimento potessero curare anche i disturbi provocati dal disagio interiore.
    Il filosofo greco ritenne che gli “insani furori” potessero essere curati con la musicoterapia. Egli riteneva che la musica, la danza ed il canto potessero curare gli stati di sbigottimento nei soggetti psicotici, gli stati di agitazione interiore, la paura, il terrore, gli stati di frenesia e sedare i battiti violenti del cuore, quella che oggi noi definiamo tachicardia. Platone considerò particolarmente rilassante il suono del flauto.
    La musica accompagnava, nell’antico mondo greco ed in quello magnogreco, anche le cerimonie funebri e contribuiva a sedare i lamenti ed il pianto per il commiato del defunto.
    Anche le principali feste cittadine venivano consacrate dalla musica.
    Oltre Platone un sommo esperto di dottrine musicali nell’antichità classica fu Aristosseno da Taranto, autore di un celebre trattato monografico intitolato “Sugli auli e gli altri strumenti musicali”; con quest’opera lo studioso sancì la ripartizione degli strumenti in “a corde”, “a fiato” ed “a percussione”. Aristosseno fu anche autore dell’opera intitolata “Elementa armonica” in cui egli ribadì il valore educativo della musica.
    Il filosofo pitagorico Clinia sottolineò la facoltà della musica di placare le passioni ed in questo fu vicino a Platone.
    Oltre al flauto greci e magnogreci amarono molto anche la cetra: tale strumento era preposto a lenire eventi luttuosi, aveva carattere apotropaico ma soprattutto catartico.
    In Grecia ed in Magnagrecia durante i banchetti si discuteva di filosofia, di letteratura, di poesia, di teatro.
    Il teatro magnogreco fu notevolmente influenzato, come quello greco, dal mondo religioso ed in particolare, come si è già accennato, dal culto del dio Dioniso.
    Dioniso fu dio della mania e dell’estasi, della “frenesia” e di condizioni psicotiche anormali: per questo motivo fu considerato importantissimo nel teatro tragico. Gli autori di teatro magnogreci ebbero, tuttavia, la grande abilità di ridicolizzarlo ed in questo fu molto abile Rintone, autore di “ilarotragedie” in dialetto tarantino.
    Per approfondire le tematiche riguardanti gli stati di frenesia ed agitazione il lettore moderno può documentarsi leggendo quei pochi ma fondamentali trattati di medicina che ci sono pervenuti dall’antichità e dedicandosi all’analisi puntuale delle tragedie greche.
    Oltre che a Dioniso greci e magnogreci chiesero aiuto anche ad Asclepio per la cura delle loro sofferenze interiori: ecco perché questa divinità fu spesso rappresentata a teatro.
    Gli italioti amarono soprattutto le tragedie di Euripide ed infatti molti vasi magnogreci, soprattutto del IV secolo a. C., rappresentano scene di tragedie greche; si pensi, in particolare, ad un vaso proveniente da Eraclea su cui è raffigurata Medea che fugge su un carro trainato da due draghi (simbolo dell’irrazionale) dopo aver ucciso i figli per vendicarsi del marito.
    Su un altro bell’esemplare di vaso italiota ci colpisce l’entusiasmo che ebbero gli italioti per la vita degli attori: essi sono raffigurati mentre festeggiano, riuniti in convivio, l’ultimo successo in teatro: al muro sono appese le maschere teatrali forse anche femminili in quanto alle donne era impedito di fare teatro per cui gli attori si mascheravano da donna. Ma tralasciando per il momento il problema della condizione femminile nell’antichità occorre dire come la scena di due innamorati dipinti sul vaso in questione ci faccia pensare all’importanza che comunque ebbe l’amore puro. Si noti infatti come gli innamorati siano al centro della raffigurazione, come ai loro piedi sia stata dipinta una colomba (simbolo di pace e purezza) ed infine di come sia presente anche la lira optacordica simbolo della meditazione filosofica infinita e dell’estasi assieme all’”aulos”.

    Secondo la concezione orfica, nell’uomo agiscono contemporaneamente una parte divina ed una, detta titanica, passionale vista in accezione negativa nel momento in cui “ violenta lo spirito” umano. L’uomo può conoscere in vita la sua vera natura, ma per farlo deve allontanarsi dal “ modo di vivere le sue passioni”, deve far si che queste non divengano una limitazione per la sua coscienza, ma che vivano in armonia con essa. Per far si che questo accada l’uomo deve vivere una vita “ispirata” al Bene, un cammino che lo porti alla scoperta del divino in lui. Secondo l’orfismo prima ed il pitagorismo poi, la psiche era contenuta nel corpo degli uomini e soltanto una catarsi, purificazione, poteva liberarla dalle concupiscenze e donarle vita eterna.
    Ma cosa era il “Primo Bene” a cui bisogna tendere ? Plotino nelle Enneadi distingue il primo Bene dagli altri beni:
    “Dato che un essere è composto da diverse parti ed il suo bene è l’atto proprio, naturale e non deficiente della parte migliore, si potrà dire che per ogni essere il bene è diverso dall’attività di una vita conforme a natura? Il bene naturale per l’anima è la sua attività. Ma se una anima tende i suoi atti verso il perfetto, essendo anch’essa perfetta, il bene non è tale soltanto per lei, ma è il Bene assolutamente concepito. ( Plotino-Enneadi, VII (54))
    Questo era il senso della vita filosofica, una vita tesa alla purificazione affinchè anche in vita si possano palesare i segni della vita psichica intesa come vita dell’Anima.
    “ Ricondurre il divino che è in noi al divino dell’universo” faceva dire Porfirio a Plotino. Perché questo potesse avvenire in vita era necessaria la purificazione dell’anima. Sebbene le dottrine sia di Pitagora che Platone e Plotino, parlino di purificazione dell’anima, tanto quanto le varie e diverse confessioni religiose, ciò che le distingue da esse è il fatto che la purificazione dell’anima, avviene attraverso l’anima stessa e non grazie ad interventi esterni che portano in salvo le anime macchiatesi di peccato ( il “ Salvatore” per i cristiani ).
    La catarsi avveniva seguendo delle precise discipline che avevano lo scopo di temprare l’anima e le sue pulsioni, di liberarla dalla sua egoicità che offuscava la visione dell’Uno-Tutto; mancanza di visione che privava l’uomo della sua partecipazione all’armonia del cosmo. Era questo “difetto” a generare uno squilibrio psicosomatico responsabile di dis-armonia che era poi alla base della mancanza di benessere.
    A questo servivano le ritualità del tempo oggi contaminate dal dilagante riduzionismo che le depaupera del loro originario senso-azione. Attraverso l’esercizio della contemplazione, che non consisteva in una passiva immobilità fisica con lo sguardo fissato su un oggetto, ma era un’attività volitiva cosciente dell’uomo e per questo dotata di una forza generatrice, si diventava un tutt’uno con l’oggetto contemplato. L’attività contemplativa era dedita alla conoscenza del Principio e comportava la trasformazione di sé guidata da Amore. Amore inteso come forza primigenia generatrice del cosmo. Le qualità e virtù delle anime dipendevano infatti da quello che contemplavano.

    Bibliografia
    M. Vegetti, La medicina in Platone, Venezia, 1995.
    I. Amendolito, “Musica e musicoterapia nell’antica Grecia ed in Magnagrecia”, in “Atti del X Convegno Internazionale di Solinio, 1997, in corso di stampa.
    I. Amendolito, “Fumetti in Magna Grecia nei vasi parlanti”, articolo su “La Città”, Bari 3 Dicembre 1996.
    AA. VV., Teatri greci e romani. Alle origini del linguaggio rappresentato. Censimento analitico, a cura di P. Ciancio Rossetto e G. Pisani Sartorio, Roma, 1994.
    AA. VV., “Il teatro antico: testo e comunicazione. Atti del IX Congresso Internazionale di studi sul teatro antico”, Siracura, 1983
    M. Vegetti, “Il de Locis in Homine fra Anassagora ed Ippocrate” in “Rendiconti Istituto Lombardo Scienze e Letteratura”, 99, 1965
    U. Galimberti, “Guarire per magia”, articolo su “La Repubblica”, 1997, pp. 400-41

    Plotino, Enneadi

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